La bussola strabica

Pensieri sparsi, divagazioni (in)sensate e quant'altro...
Verso quale direzione punterà mai una bussola strabica?

21 luglio 2006

Un sogno - di tempo fa

Comincio con l'ultimo post del mio vecchio blog... chissà se sarà di buon auspicio!

Le montagne del Tibet sono ricoperte di neve e la cosa mi appare stranamente sorprendente. La vacanza che volevo fare quest'anno ma che per un motivo o per l'altro non sono riuscito a organizzare comincia davanti a un banchetto stile luna park. Devo ancora fare i biglietti, insieme agli altri che faranno parte del mio stesso gruppo: la persona che mi vende il viaggio mi avverte che si possono correre dei rischi, una volta partiti, e che non bisogna lasciare per nessuna ragione la strada segnata. Lascio che il suo avvertimento mi passi attraverso senza lasciar traccia e mi avvio verso il tunnel che divide questo lato della montagna dall'altro.
Mentre attendo che tutti quanti abbiano pagato, mi guardo intorno: ci sono alcuni abeti, imbiancati esattamente come il resto del paesaggio, e, nei pressi del baracchino, un branco di lupi, bianchi anche loro. Li osservo, il lupo è il mio animale preferito: sembrano ben pasciuti ed il loro pelo è folto, lungo e lucente. Nei loro confronti provo ammirazione e un leggero timore, tenuto a bada però dalla netta sensazione che sebbene siano degli animali selvaggi non vi sia nulla da temere da loro. Il tunnel ha una forma inusuale, è corto, basso e largo e le pareti gli conferiscono una sezione esagonale; è possibile vedere al di là, vedere il bianco dell'altro lato.
Attraverso la galleria insieme ai miei compagni. Non vi è ricordo di questo rito di passaggio, avviene in maniera praticamente istantanea.
Ho giusto il tempo di voltarmi indietro, quando esco, e noto che le pareti del tunnel sono di metallo. Strano. La strada procede in mezzo alle rocce e in lontananza, assai più distante di quanto lo sia la biglietteria dall'altra parte, riesco a scorgere il campo base. Ho la sensazione che ci sia un pericolo. Ma in fondo era quello che volevo: questa non è una vacanza come le altre, è un'avventura, un viaggio in un territorio quasi inesplorato e quindi selvaggio, potenzialmente ostile.
Non riconosco nessuno di quelli che mi accompagnano: i loro volti sono indefiniti, posso solo vedere che sono vestiti come me, con scarponi, pantaloni pesanti e parka ben chiuso fino alla gola. Cade qualche fiocco di neve, ma nessuno si premura di coprirsi il capo.
Qualche passo, senza che nemmeno una delle persone del gruppo si allontani al di fuori dalla strada, e veniamo attaccati. Un branco di lupi, di nuovo. Ma a differenza degli altri, questi sono neri, magri e spelacchiati. Hanno fame, è evidente. Solo uno di loro è un'immagine nitida, gli altri sono poco più di ombre, ed è proprio quello che punta verso di me, con gli occhi vuoti e i denti di fuori. Non ho tempo di aver paura, nè tantomeno di preoccuparmi per i miei compagni: il lupo fa un balzo verso di me con il chiaro intento di uccidermi mordendo alla gola. Lo blocco a mezz'aria con naturalezza, prendendogli con entrambi le mani la testa. Gliela giro di scatto, spezzandogli il collo, ed è lui a morire. Il tutto si è svolto con estrema rapidità eppure con esasperante lentezza. Dentro di me è forte la soddisfazione, la contentezza di essere sopravvissuto e di esserci riuscito con disarmante facilità, ma altrettanto forte è il dispiacere di aver ucciso un così bel animale. Odio la violenza sugli animali e, lo ripeto, il lupo è il mio preferito. Lascio cadere il corpo senza vita della povera bestia e mi rendo conto che anche gli altri hanno smesso di attaccare i miei compagni, ma non perchè siano morti: semplicemente perchè è morto il capobranco, mi accorgo. Si avvicinano a me, ancora poco più che ombre confuse, tuttavia non c'è più nulla di aggressivo nel loro comportamento: al contrario, percepisco che, in qualche modo stranamente umano e non animale, avendo abbattuto la loro guida, sono divenuto io stesso il nuovo capobranco. Abbassano la testa, qualcuno si accuccia. I miei compagni non fanno nulla, osservano e basta. Guardo per qualche istante i lupi indistinti di fronte a me e sento un'ulteriore soddisfazione.
Giro sui tacchi e mi avvio al campo base, a pochi passi da lì. Quando ero uscito dal tunnel sembrava molto più lontano di così. Entro nel cerchio di tende, superando una barriera invisibile che so non può essere penetrata da nessuna bestia feroce. Ora sono al sicuro, penso, senza rendermi conto che, probabilmente, lo ero anche al di fuori. Mi volto verso la strada, vedo il tunnel ed il bianco dall'altra parte, tuttavia non vedo nè sento più la presenza dei miei compagni e del mio branco. C'è solo il corpo dell'animale che mi ha attaccato, disteso su un fianco. Provo una fitta di dolore a vederlo così, ma è questione di un attimo: da dietro una roccia spunta un ghepardo. O un leopardo. Troppo massiccio per essere il primo eppure troppo magro per essere il secondo. In ogni modo un animale splendido. I miei punti di riferimento sui felini sono confusi, mi sembra di capire che è un ghepardo, ma comunque mi chiedo: che cazzo ci fa qui un ghepardo? Sorpresa, stupore, nulla più di questo.
Non si guarda intorno. Non guarda nemmeno me. Viene solo a prendere il capobranco morto, lo abbranca con i denti alla collottola come se fosse un cucciolo e lo porta via, dietro alla roccia da cui è spuntato. Percepisco che non si allontana ulteriormente e, anche senza vedere o sentire, so che se ne sta cibando, senza fretta.
Il tutto si fa confuso, svanisce e il mio sonno prosegue...

1 Commenti:

Blogger Düsseldorfer, in preda ad un raptus, ha detto...

Sogno o incubo?
Bellissima la descrizione!

Che significato avrà?

 
1:47 PM

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