La bussola strabica

Pensieri sparsi, divagazioni (in)sensate e quant'altro...
Verso quale direzione punterà mai una bussola strabica?

28 luglio 2006

Due loschi individui

Non lo dovevo fare.
E invece ecco qua.
L'associazione a delinquere kendalen-düsseldorfer, in una foto d'epoca: un anno e mezzo, 12 chili miei e 12 neuroni suoi fa.
Eccoci, nel nostro scarno splendore: capodanno 2005, bevuti ma non troppo, sul lungo mare a Nizza. Un freddo notevole.
Sta foto fa venire caldo per i vestiti indossati dai soggetti e i brividi per le facce dei medesimi. Se invece sentite i brividi per i vestiti e caldo per le facce, avete dei seri problemi e consiglio una chiamata al 118.
Siete avvisati: si sconsiglia la visione ai minori di anni 18, ai maggiori di anni 60 e a chi ha appena mangiato. :)



Una visita inaspettata 2



Anche se ormai non lo è più, inaspettata, ieri sera l'amico pennuto è tornato a farsi vedere. Ho scattato un paio di foto, ma come si può vedere sono venuto maluccio assai, complice la poca voglia del soggetto di farsi immortalare da vicino.
La vera notizia, però, è un'altra. Ho scoperto dove ha fatto il nido e NON è dentro alla grondaia - anche perché se fosse stato lì con i due nubifragi di questi giorni sarebbe stato spazzato via senza troppi riguardi. Invece, i richiami dei piccoli arrivano dalla presa d'aria vicino a quella del boiler a gas, quella per permettere la corretta aerazione del locale (quindi priva di pericoli per loro). Sì, ok, lo so, NOTIZIONA. :)
Qualcuno riesce a capire di che razza si tratta? Qualche esperto di... ehm... uccelli?

P.S.: e qualcuno gentilmente mi spiega perché non riesco a raddrizzare una delle due immagini? :( Sia chiaro, intendo la foto, non l'uccello... E qui, apoteosi di umorismo dozzinale! :D

P.S. 2: mi assenterò per una settimana di ferie, buone vacanze a chi resta e a chi parte!

27 luglio 2006

Un omaggio-indovinello

Ieri sera non sono riuscito a mettere giù nulla, causa addio al celibato (non del sottoscritto). Per non lasciare la pagina di oggi bianca (giacché così sarà tutta la prossima settimana, penso), faccio un omaggio ad uno degli scrittori che più mi hanno influenzato negli ultimi anni - e a mio modestissimo modo di vedere uno dei più grandi del ventesimo secolo.
Sono due incipit di suoi romanzi. Sono stato indeciso su quale pubblicare dei due, ma alla fine mi è sembrata cosa migliore citarli entrambi.
Ora, il banale indovinello è: chi è l'autore?
E, in subordine: quali romanzi sono?

Citazione n. 1

Era notte inoltrata quando l'agente Joseph Tinbane, mentre faceva un giro di perlustrazione nei pressi di un cimitero molto piccolo e fuori mano a bordo della sua aeromobile, udì suoni lamentosi e familiari. Una voce. Si diresse subito sul posto con l'aeromobile, sorvolando i ferri acuminati del malridotto cancello del cimitero, discese dalla parte opposta, e si mise in ascolto.
La voce, soffocata e debole, diceva: "Mi chiamo Tilly M. Benton, e voglio uscire. Qualcuno mi sente?"
L'agente Timbane puntò la sua torcia. La voce veniva dall’erba. Come aveva immaginato, la signora Benton era sottoterra.



Citazione n. 2

Arrivò il momento di affidare Manny a una scuola. Il governo aveva una scuola speciale. La legge decretava che Manny non poteva frequentare una scuola normale a causa delle sue condizioni, ed Elias Tate non poteva farci niente. Non poteva aggirare i regolamenti del governo perché quella era la Terra e la zona maligna avvolgeva tutto. Elias la sentiva, e probabilmente la sentiva anche il bambino.

26 luglio 2006

New Order

Bene. Grazie al gidibao's Cafe (sul quale oggi non riesco a commentare causa antispam :) ) mi si sono risvegliati ricordi morti e sepolti da tempo immemore. I New Order, band inglese rock - elettronica nata negli anni '80, ne fanno parte.
Ora, non voglio rubare il mestiere a nessuno, né tirare fuori un banchetto che vende limonate e che faccia concorrenza a gidi, ma dal momento che stamattina ce li ho in testa e non riesco a togliermeli, mi pare giusto condividerlo con chi legge il blog... :P

Si comincia con True Faith:


Si continua con Regret:


E si finisce con una carrellata di belle figliuole, Round and round:


Buon ascolto/visione!

24 luglio 2006

Una visita inaspettata

Stavo scrivendo il post che segue, quando, alzando gli occhi, vedo fuori dalla porta finestra che dà sul balcone un uccello. Non riconosco che tipo di uccello sia, non sono un esperto (ah ah ah, bravo, bella battuta, un umorista nato), al massimo potrei dire cosa NON è: non è né un colombo né un passero e nemmeno una cornacchia (bravo, un vero trattato di ornitologia, complimenti al professore). Resta a fluttuare nell'aria sbattendo le ali velocissime e rimanendo quasi immobile al suo posto per pochissimi secondo, giusto il tempo di notare che con la testolina scruta qualcosa dentro casa. Ha un insetto nel becco. Fa uno scarto alla sua destra e subito torna indietro, posandosi sui fili della biancheria. Forse è un'ape, quella che sta portando. Si ferma per poco, poi vola via, verso il suo nido.
Ho la sensazione, facilmente sbagliata, che sia lo stesso che ho notato già altre volte e che mi sono fermato a guardare. Mi piace pensare che sia passato a salutarmi, stasera, prima di cena. E non mi frega se fa molto alessandrodelpiero... :)

Mens sana? Corpore sano?

Un post dal blog dell'amico Marco ("Sogno o son desto?") mi porta a una serie di riflessioni, in particolare su quanto sostenessero gli antichi a proposito del mantenere in forma il corpo.
Sì, mens sana in corpore sano. Nulla di più banale.
Un detto tanto scontato quanto alle volte così difficile da interiorizzare.
Erano anni che non praticavo sport e che, in generale, non facevo alcuna attività fisica se escludiamo la canonica partitella a calcetto ogni due-tre settimane, roba peraltro che è durata finché sono stato sposato e finché ho frequentato gli "amici" di un tempo.
Risalendo indietro negli anni, posso affermare con una certa approssimazione che per sei-sette anni il mio corpo è andato un po' allo sbando. Al diavolo la pallacanestro, al diavolo l'aikido, mi sono seduto nel senso più pieno della parola. Beninteso, di questo posso ritenere responsabile una persona sola e cioè me stesso - forse il mio peggior nemico. E non è che dopo la separazione mi sia messo a curarmi un po' di più, proprio per quello, perché la persona che mi frenava in quella sfera me l'ero portata appresso, il Luca pigro e sonnolento, animale da poltrona e telecomando come molti.
Insomma, tra una cosa e l'altra sono arrivato a pesare più di novanta chili, che magari non saranno un'enormità ma se si pensa che non raggiungo il metro e ottanta se non in punta di piedi si può facilmente capire che "sovrappeso" era un'ottimista eufemismo. Di pari passo, alla faccia della teoria secondo la quale le persone grasse sono mediamente di buon umore, scivolavo in un pantano depressivo che mi legava ogni iniziativa: non che io sia un allegrone, per carità, il mio musone è abbastanza proverbiale tra le persone che mi conoscono, però di solito non disdegnavo di farmi o di far fare qualche risata - ma chiaramente non in quel periodo.
A un certo punto, però, ho deciso che era ora di prendere un po' a calci nelle natiche quel mollaccione (e non solo lui, a dirla tutta, ma questa è un'altra storia). Così, tra i propositi di inizio anno e complice anche una scadenza vicina e piuttosto piacevole (almeno spero... :P due amici che si sposano sabato prossimo), mi sono imposto di perdere una dozzina di chili. Mezzi: dieta e corsa.
Tralasciamo pure la dieta, un folle e insano concentrato di idee personali che quasi di certo nessun dietologo consiglierebbe (un regime che neanche io manterrei per più dei quattro mesi nei quali l'ho sperimentato) e concentriamoci sulla seconda.
Non lo nasconderò, correre per me è palloso. Tremendamente, infinitamente, assurdamente palloso. Almeno, farlo da solo lo è, anche se con le cuffiette e gli mp3 che mi trapanano le orecchie. Non parliamo poi della frustrazione nel vedere che il proprio corpo cede di schianto dopo neanche due minuti di lentissime sgambettate. "Ma porca di quella t***a b******a b********a figlia di p*****a, e tu una volta ti appendevi al canestro come se niente fosse???" era il pensiero usuale. Beh, no, non proprio. Diciamo che era il concentrato di insulti e bestemmie usuale, in principio. Mi guardavo dall'esterno e vedevo un mantice rosso con una tuta blu e due occhi che venivano tenuti a stento entro le orbite: uno spettacolo raccapricciante piuttosto e anzichenò. Ma mi ero dato un obiettivo e vigliacco se non lo avessi raggiunto!
Bastasse quello, a volte. Sarebbe tutto più semplice, darsi un obiettivo - non impossibile - e perseguirlo fino al suo raggiungimento. Io, peraltro, sono davvero negato nel darmi obiettivi e perseguirli. La forza di volontà mi difetta più spesso di quanto vorrei.
Contro ogni pronostico, invece, in capo a quattro mesi ce l'avevo fatta. Pienamente. Dodici chili * PUFF *! Svaniti!
I minuti sono passati da due a dieci, a venti, a trenta. Due palle. Poi basta, adesso non esageriamo, anche perché in mezzo il mio corpo mi ha dato un paio di avvertimenti in stile mafioso... No, non mi ha inchiodato un gatto nero alla porta di casa, né mi ha messo la testa mozzata di un cavallo sul sedile della macchina, anche perché sarebbe stato francamente difficile farlo senza che me ne accorgessi... Diciamo che, con una certa semplicità, ha cominciato a lanciarmi qualche fitta al ginocchio sinistro (quello a suo tempo operato ai crociati) e per colmo di democrazia anche al ginocchio destro (quello ancora come mamma l'ha fatto). Ma fanculo, no? Avevo raggiunto il mio obiettivo! E con ben tre mesi di anticipo sulla tabella di marcia!
La cosa però che più mi aveva fatto piacere era che la mia mente aveva ripreso a funzionare come Dio comanda. Addirittura, mi ero messo in testa di partecipare a un concorso letterario e ho iniziato a scrivere un romanzo di fantascienza. Per mettermi così tanto sotto, mi è necessario essere presente al massimo, un po' come si diceva in un commento su sblogg, e in quel periodo, miracolo! miracolo!, è stato così.
Peccato che, giunto al termine del decimo capitolo (su 25 preventivati), mi è arrivata una discreta mazzata psicologica che mi ha ributtato indietro. Giusto quando stavo finendo la dieta e il flaccido Luca si stava adoprando con i giochetti sadici sul mio corpo. In tutta onestà, gli ultimi chili li ho persi per lo stress e i dispiaceri. Ma li ho persi, è quello che conta, no?
Sta di fatto che, in parallelo, la mia corsa ha cominciato a essere, oltre che pallosa, anche molto più pesante. Probabilmente, scomposta. Dopo un po', l'avvertimento mafioso si è concretizzato nell'incendio doloso al negozio (probabile infiammazione dei tendini d'Achille in seguito a un paio di partite di pallacanestro) e ho dovuto interrompere l'attività fisica, con grande sollazzo del grassone in cannottiera sulla poltrona (ma da bravo maschio orgoglione mi sono ben guardato dall'andare a farmi vedere). E il circolo vizioso si è ripresentato.
Solo che questa volta, non so per quale motivo, se perché ho capito come si fa, per grazia divina o per pura fortuna, dopo un po' mi sono ridato un calcio nel culo e mi sono rimesso a correre. Cioè, mi sono rimesso a farmi due maroni così, perché non so se l'ho già detto, ma trovo che fare jogging sia pal-lo-so. Oddio, non nego che sia piacevole, a volte, soprattutto quando ti ritrovi nel parco (tipicamente la Colletta) all'imbrunire, oppure sul lungo Po, con le nuvole rossastre nel cielo, l'odore d'erba appena tagliata, i bimbi che giocano sulle altalene, il rumore lontano e quasi indistinguibile dell'acqua che scorre. Certo, anche le nuvole di moscerini che ti riempiono la bocca manco fossero una teglia di lasagne al forno (ma con sto caldo come caspita mi vengono in mente le lasagne al forno?) e gli stormi di zanzare B52 (dove la B sta per Baldracche) in cerca di cibo gnamgnam sul tuo collo, le tue braccia, le tue gambe, ma, parrà strano, la fauna entomomorfa riesce a non essere così molesta come si possa pensare. La mente, per qualche istante di puro godimento, sembra riesca quasi a staccarsi e viaggiare qualche metro sopra al proprio corpo, mentre al piano di sotto le gambe macinano il loro percorso guardando verso l'alto e dicendo "'mbé, ndò cazzo vai?", con una punta appena malcelata di invidia. Delle due l'una: o correre riesce a farmi raggiungere uno stato da semi yogi (non l'orso, ça va sans dire) oppure quei moscerini sono roba davvero buona.
Toh, ma pensa un po'! Ho addirittura ripreso a scrivere. Su un blog, per ora, ma chissà. E prima o poi le cose andranno meglio anche intorno a me, nonostante tutto (già, perché se quel panzone palladilardo ogni tanto non bussa alla mia porta non è contento). Che sia dovuto ad una sorta di reazione inversa all'effetto della corsa - ho accennato che lo trovo mondialmente palloso, sì?
Vanno a braccetto. Osservo la cosa con un certo interesse perché in effetti è la prima volta che mi capita di accorgermene: la mia memoria non mi aiuta più di tanto, come dicevo è passato tanto, troppo tempo da quando praticavo con assiduità sport e non riesco a rimembrare con quale facilità affrontassi la vita, allora.
Ripeto, potrà sembrare una riflessione banale, ai più. Ma alle volte non è bello perdersi anche in osservazioni di questo tipo?

21 luglio 2006

Tatuaggi: faq

Negli ultimi anni, una delle forme più antiche di body art, se non la più antica in assoluto, è diventata prepotentemente un fenomeno di moda. Un tempo marchio per avanzi di galera, marinai e ribelli, il tatuaggio è tornato ad essere ciò che era in origine: un ornamento permanente del proprio corpo. O forse sarebbe più corretto dire semipermanente, visto che è ormai possibile cancellarli - anche se resto piuttosto dubbioso sui risultati.
Tipicamente, ci sono una serie di domande che il/la fresco/a tatuato/a si sente rivolgere - soprattutto nel caso in cui nel giro delle sue frequentazioni lui/lei sia il/la primo/a.
Perché lo hai fatto? Perché ti sei tatuato/a quel disegno/quella scritta? Ha fatto male? Guarda che quando avrai 70 anni e sarai vecchio/a e cadente sembrerai ridicolo/a, sei sicuro/a di quello che hai fatto? Ma proprio così grosso dovevi farlo?
A prescindere dal fatto che per ognuna di queste domande può sempre valere la risposta jolly "ma saranno cazzi miei", in tutte le sue varianti più o meno cortesi, ci si deve confrontare con la supposta necessità da parte del proprio interlocutore di avere spiegazioni. Ora, se di questo interlocutore ci importa poco o nulla, o ancora se ci sta piuttosto sull'anima, la risposta jolly è perfetta a patto di non essere troppo educati (che al contrario di quanto ci può essere stato insegnato non è necessariamente una cosa positiva). Ma se già intratteniamo un qualche tipo di rapporto - familiare, amicale, lavorativo e così via - può non essere una buona idea usufruirne.
Vediamo qualche possibile risposta alternativa.
Ha fatto male? E beh, questo dipende da una serie di fattori: la resistenza al dolore dell'individuo, il punto del corpo dove è stato fatto, l'abilità del tatuatore, la grandezza del tatuaggio. Mi si dice anche che alcuni tatuano con l'anestetico, per quanti perfino un pizzicotto ha il peso della testata di Zidane. Mah. In buona sostanza, per la mia esperienza, farsi fare un tatuaggio è assai meno doloroso che andare dal dentista - e di certo un tatuaggio ti può durare più di un'otturazione, però, sì, insomma, non è che ci mastichi meglio col lupo sull'avambraccio... Non è piacevole, a meno di essere masochisti; si tratta comunque di un fastidio più che sopportabile. Per un'ora. Due. Anche tre o quattro. Oltre? Ah, saperlo... Collo, polpaccio e fianco pare ad ogni modo siano zone molto più sensibili delle braccia: conto di avere un giudizio personale, prima o poi. D'accordo, capita anche di beccare quelli che piuttosto di dire che hanno sofferto come bestie si amputerebbero un mignolo modello yakuza e quelli che invece narrano di indicibili sofferenze a fronte di minuscoli sputazzi di colore su una spalla... ma a quel punto è francamente meglio usufruire del jolly.
Guarda che quando avrai 70 anni e sarai vecchio/a e cadente sembrerai ridicolo/a, sei sicuro/a di quello che hai fatto? Ma a parte il fatto che posso anche non arrivarci, a 70 anni (ok, toccatina strategica), ti pare che mi metto addosso una roba così, come se fosse un paio di calze da ginnastica? Se volevo farmi qualcosa di più volatile, me lo facevo con l'henné e tanti saluti. E no, invece, voglio qualcosa che duri e che duri tanto. Poi per carità, esco dal negozio, mi investe una Volvo scassata e buona notte (ok, SECONDA toccatina strategica - cazzo ci fa, oltretutto, una Volvo scassata da 'ste parti, che è zona pedonale?). A 70 anni, se non sarò già troppo rincoglionito, mi guarderò allo specchio e ricorderò che in un periodo della mia vita ho fatto anche quello: se sarò fortunato, avrò avuto una vita piena di cose belle e quella sarà solo una delle tante. La pellaccia è mia e avrò ben valutato la questione. La avrò ben valutata? Jolly!
Ma proprio così grosso dovevi farlo? Domanda tipica della mamma, rivolta sia che si tratti di un quadrifoglio grosso come l'unghia del mignolo di un bebè sia che ci si sia fatti riprodurre l'Ultima Cena sulla schiena. Sì, proprio così grosso. Più piccolo non si poteva (ti voglio vedere, a fare l'Ultima Cena con la macchinetta da tatuatore su una superficie più ristretta, al massimo puoi farla stare su un braccio, ma sarebbe troppo grossa lo stesso). Ormai è fatta comunque, che faccio, una fotocopia ridotta? Lo tiriamo fuori, sto jol... - ah, sì mamma, ok, stai buona, non ti preoccupare, magari ne faccio ancora uno, ma poi basta, dai. Due. Tre e poi basta. Mamma? MAMMA???
Perché ti sei tatuato/a quel disegno/quella scritta? Terribile. La PEGGIORE domanda che si possa rivolgere ad un tatuato, anche se si è in confidenza. L'evoluzione degenerata della madre di tutte le domande (cioè la prossima). A parte che alcune scritte non hanno bisogno di particolari spiegazioni (compleanno, dichiarazioni d'amore - TERZA toccatina strategica -, nomi), ma poi il tatuaggio di per sé dovrebbe essere un qualcosa di "intimo". Eh sì, proprio così: l'esposizione esteriore di qualcosa che è dentro di noi e che non possiamo o non vogliamo spiegare. So che magari sembra strano, visto che con la riduzione a moda il tatuaggio è qualcosa che ha a che vedere più con l'esibizionismo che non con altro, ma chi non lo fa per moda (vedi domanda successiva, sebbene credo ce ne siano, in giro, più di quanto si crede), può farlo per motivi che non ha NESSUNA voglia di mettere in piazza. Oppure per la cosa più semplice che ci sia: per piacere personale. Punto. Serve altro? Mumble... sì, magari una scusa per coprire e stroncare sul nascere la curiosità altrui. Se ti va bene, ficcanaso, le cose stanno così. Altrimenti, jolly!
Perché lo hai fatto? La madre di tutte le domande. Quella che, anche se non viene posta direttamente, è sottintesa in tutte le altre. Quella che, insieme a "ma guarda sto drugà", si legge negli occhi di molte persone oltre una certa età, camminando per la città. Spianiamo subito la strada dagli equivoci: sono straconvinto che sia pieno di ragazzi e ragazze che lo fanno per moda. Un tatuaggio come se fosse un pantalone a vita bassa (eventualmente per far vedere un tatuaggio). Vabbeh, pazienza. Trovo che farsi qualcosa di permanente solo per moda sia una cosa veramente idiota. Passiamo oltre. C'è chi lo fa perché li trova belli (vedi domanda precedente) e vuole adornare il proprio corpo con qualcosa di bello, che gli/le rimanga. C'è chi lo fa per dimenticare qualcosa o qualcuno, o per NON dimenticare (QUARTA toccatina strategica, scegliete voi su quale delle due opzioni - una bella sbronza non basta, però, se vuoi dimenticare???). C'è chi lo fa perché non si piace e pensa che basti un tatuaggio per cambiare la situazione (e la cambia, ma solo temporaneamente). C'è chi lo fa perché è in qualche modo rassicurante pensare che anche attraverso il dolore può nascere qualcosa di bello. C'è chi lo fa perché è da quando è un gagno che lo desidera con tutte le sue forze e si è sempre sentito inibito. C'è chi lo fa per scommessa. O per una miriade di altri motivi, che non conosco ma che penso capirei, non fosse che, jolly!, non mi faccio i cazzi altrui.
E pazienza, lo so, alla fin fine si ricasca sempre nella risposta jolly. Ma non è forse la migliore?

Un sogno - di tempo fa

Comincio con l'ultimo post del mio vecchio blog... chissà se sarà di buon auspicio!

Le montagne del Tibet sono ricoperte di neve e la cosa mi appare stranamente sorprendente. La vacanza che volevo fare quest'anno ma che per un motivo o per l'altro non sono riuscito a organizzare comincia davanti a un banchetto stile luna park. Devo ancora fare i biglietti, insieme agli altri che faranno parte del mio stesso gruppo: la persona che mi vende il viaggio mi avverte che si possono correre dei rischi, una volta partiti, e che non bisogna lasciare per nessuna ragione la strada segnata. Lascio che il suo avvertimento mi passi attraverso senza lasciar traccia e mi avvio verso il tunnel che divide questo lato della montagna dall'altro.
Mentre attendo che tutti quanti abbiano pagato, mi guardo intorno: ci sono alcuni abeti, imbiancati esattamente come il resto del paesaggio, e, nei pressi del baracchino, un branco di lupi, bianchi anche loro. Li osservo, il lupo è il mio animale preferito: sembrano ben pasciuti ed il loro pelo è folto, lungo e lucente. Nei loro confronti provo ammirazione e un leggero timore, tenuto a bada però dalla netta sensazione che sebbene siano degli animali selvaggi non vi sia nulla da temere da loro. Il tunnel ha una forma inusuale, è corto, basso e largo e le pareti gli conferiscono una sezione esagonale; è possibile vedere al di là, vedere il bianco dell'altro lato.
Attraverso la galleria insieme ai miei compagni. Non vi è ricordo di questo rito di passaggio, avviene in maniera praticamente istantanea.
Ho giusto il tempo di voltarmi indietro, quando esco, e noto che le pareti del tunnel sono di metallo. Strano. La strada procede in mezzo alle rocce e in lontananza, assai più distante di quanto lo sia la biglietteria dall'altra parte, riesco a scorgere il campo base. Ho la sensazione che ci sia un pericolo. Ma in fondo era quello che volevo: questa non è una vacanza come le altre, è un'avventura, un viaggio in un territorio quasi inesplorato e quindi selvaggio, potenzialmente ostile.
Non riconosco nessuno di quelli che mi accompagnano: i loro volti sono indefiniti, posso solo vedere che sono vestiti come me, con scarponi, pantaloni pesanti e parka ben chiuso fino alla gola. Cade qualche fiocco di neve, ma nessuno si premura di coprirsi il capo.
Qualche passo, senza che nemmeno una delle persone del gruppo si allontani al di fuori dalla strada, e veniamo attaccati. Un branco di lupi, di nuovo. Ma a differenza degli altri, questi sono neri, magri e spelacchiati. Hanno fame, è evidente. Solo uno di loro è un'immagine nitida, gli altri sono poco più di ombre, ed è proprio quello che punta verso di me, con gli occhi vuoti e i denti di fuori. Non ho tempo di aver paura, nè tantomeno di preoccuparmi per i miei compagni: il lupo fa un balzo verso di me con il chiaro intento di uccidermi mordendo alla gola. Lo blocco a mezz'aria con naturalezza, prendendogli con entrambi le mani la testa. Gliela giro di scatto, spezzandogli il collo, ed è lui a morire. Il tutto si è svolto con estrema rapidità eppure con esasperante lentezza. Dentro di me è forte la soddisfazione, la contentezza di essere sopravvissuto e di esserci riuscito con disarmante facilità, ma altrettanto forte è il dispiacere di aver ucciso un così bel animale. Odio la violenza sugli animali e, lo ripeto, il lupo è il mio preferito. Lascio cadere il corpo senza vita della povera bestia e mi rendo conto che anche gli altri hanno smesso di attaccare i miei compagni, ma non perchè siano morti: semplicemente perchè è morto il capobranco, mi accorgo. Si avvicinano a me, ancora poco più che ombre confuse, tuttavia non c'è più nulla di aggressivo nel loro comportamento: al contrario, percepisco che, in qualche modo stranamente umano e non animale, avendo abbattuto la loro guida, sono divenuto io stesso il nuovo capobranco. Abbassano la testa, qualcuno si accuccia. I miei compagni non fanno nulla, osservano e basta. Guardo per qualche istante i lupi indistinti di fronte a me e sento un'ulteriore soddisfazione.
Giro sui tacchi e mi avvio al campo base, a pochi passi da lì. Quando ero uscito dal tunnel sembrava molto più lontano di così. Entro nel cerchio di tende, superando una barriera invisibile che so non può essere penetrata da nessuna bestia feroce. Ora sono al sicuro, penso, senza rendermi conto che, probabilmente, lo ero anche al di fuori. Mi volto verso la strada, vedo il tunnel ed il bianco dall'altra parte, tuttavia non vedo nè sento più la presenza dei miei compagni e del mio branco. C'è solo il corpo dell'animale che mi ha attaccato, disteso su un fianco. Provo una fitta di dolore a vederlo così, ma è questione di un attimo: da dietro una roccia spunta un ghepardo. O un leopardo. Troppo massiccio per essere il primo eppure troppo magro per essere il secondo. In ogni modo un animale splendido. I miei punti di riferimento sui felini sono confusi, mi sembra di capire che è un ghepardo, ma comunque mi chiedo: che cazzo ci fa qui un ghepardo? Sorpresa, stupore, nulla più di questo.
Non si guarda intorno. Non guarda nemmeno me. Viene solo a prendere il capobranco morto, lo abbranca con i denti alla collottola come se fosse un cucciolo e lo porta via, dietro alla roccia da cui è spuntato. Percepisco che non si allontana ulteriormente e, anche senza vedere o sentire, so che se ne sta cibando, senza fretta.
Il tutto si fa confuso, svanisce e il mio sonno prosegue...